Presentazione di François Jullien, Sciogliere
di Maria Giovanna Farina
“Sciogliere, Filosofia pratica della mediazione” è il testo che ho preso in esame e di cui cerco di trasmettere in un linguaggio divulgativo il pensiero sulla Mediazione familiare di François Jullien.
François Jullien è filosofo, sinologo e grecista contemporaneo. Uno dei pensatori francesi più tradotti all’estero che ha scritto questo interessante libro sulla Mediazione.
Chi è il Mediatore?
Come dice la Treccani.it, in genere, è chi s’interpone fra due persone cercando di portarle a un accordo. Jullien va oltre ogni definizione e in questo testo mette in discussione il pensiero occidentale per raccontarci cosa è davvero la mediazione.
Il suo lavoro di filosofo è, infatti, iniziato, come lui stesso racconta, dal mettere in discussione il pensiero occidentale analizzandolo dall’esterno passando per un’altra lingua e un altro pensiero. Secondo Jullien, la mediazione in Europa è abbandonata all’empirismo quindi senza un fondamento teorico. Il suo ragionamento è infatti teorico e, seppur raccontato con linguaggio filosofico, è in grado di farci comprendere cosa significhi davvero mediare. Egli fa pochi esempi pratici, ma noi approcciandoci alla lettura possiamo immaginare di essere difronte ad una coppia genitoriale in conflitto e bisognosa di essere aiutata: ecco che le sue parole diventano fertili suggerimenti.
Il libro è un percorso che passo dopo passo ci accompagna alla comprensione di cosa significhi essere mediatori liberi da preconcetti pericolosi per la riuscita dell’impresa.
Il Mediatore non impone, la giusta strategia consiste nel far maturare la situazione anziché applicare un’idea preconfezionata, si tratta di fare leva sui fattori propizi che si è saputo cogliere: una strategia che consiste nel far maturare il “potenziale di situazione”. Esso è il primo punto importante di questo percorso. Ci si lascia condurre piuttosto che affidarsi ad un piano predisposto in anticipo. Ci si lascia condurre da ciò che può essere progressivamente valorizzato senza forzare. Qui intravedo la maieutica di Socrate: l’arte di far nascere le potenzialità.
È fondamentale intraprendere il percorso ricordando che mettersi di fronte è la posizione del Giudice che giudica e fa il proprio lavoro di decisione imponendo una sentenza, il Mediatore invece agisce di sbieco lasciando più spazio al movimento e all’imprevisto.
Lo sbieco considerato uno scarto dalla cultura occidentale è invece uno dei vari aspetti di una cosa o di una situazione; il Mediatore opera di sbieco insinuandosi progressivamente per aiutare dall’interno della situazione conflittuale e scioglierla con pazienza dall’interno. Se il processo si chiude con la definitiva sentenza del Giudice, la Mediazione è una risoluzione del conflitto che si riassorbe in sé quando ciò che lo aveva bloccato inizia a disfarsi. L’arte della Mediazione non è il colpo secco di una decisione, ma l’emergere di una soluzione che affiora lentamente nello spianarle il cammino, nell’innescarla come un’esca che si immerge nell’acqua e inizia ad attirare. Rifacendosi alla cultura cinese, Jullien ci ricorda che Confucio interviene in minima parte con la parola evitando la frontalità. Solo quando la mente dell’interlocutore diventa ricettiva interviene, ma gli basta pronunciare una parola di sbieco affinché l’altro incuriosito o disorientato receda dai suoi pregiudizi.
Agire di sbieco significa, infine, che il Mediatore sa che può indurre e non condurre.
Ciò a cui mira il Mediatore non è la verità ma la viabilità, ossia che la situazione conflittuale non rimanga bloccata ma torni a far intravedere una via praticabile.
La figura del Mediatore è, senza dubbio, più vicina a quella dello psicoanalista, entrambi sono un “Altro che media”. Infatti, anche lo psicoanalista non mira a dire la propria verità al paziente né a
persuaderlo bensì lo sollecita affinché si sciolga il nodo traumatico così da tornare a vivere la propria esistenza in modo vivibile. Il Mediatore si impegna in una trasformazione delle relazioni la cui conclusione non è predeterminata.
Se il Giudice deve essere imparziale, il Mediatore dovrebbe possedere la disponibilità.
Egli deve mantenere la posizione il più possibile aperta per accogliere ogni possibile, la sua qualità è quella di restare accessibile all’una come all’altra parte. Deve rimanere in una sospensione finché individua il primo filo da tirare per iniziare a sciogliere il nodo.
Il primo suggerimento di Freud allo psicoanalista fu quello di prestare la stessa attenzione a tutto ciò che si ascolta per non lasciarsi sfuggire ogni indizio utile e di conseguenza di mantenere un’attenzione diffusa e non focalizzata. Lo disse con una locuzione ormai iconica: attenzione uniformemente fluttuante. La mente è rivolta a qualcosa senza che vi sia un oggetto su cui concentrarsi in modo esclusivo.
Per definire alla cinese: la differenza tra Giudice e Mediatore è che il primo è “freddo” nella sua imparzialità, il secondo è “insipido”. L’insipidità è il sapore non ancora determinato, né amaro né dolce, e per questo resta disponibile al cambiamento.
Quale è dunque lo scarto tra il Giudice e il Mediatore? Il primo deve essere imparziale, il secondo in quanto disponibile deve continuare a muoversi tra le parti.
Jullien ci ricorda che, etimologicamente, il Mediatore è l’uomo del mezzo e la mediazione fa appello a quel terzo che si colloca nel mezzo evolutivo tra le parti. Il mezzo del mediatore è il tra che i due opposti fanno emergere. Cos’è in definitiva il vero mezzo? Consiste nella capacità di evolvere con disponibilità tra un estremo e l’altro.
Il tra, per Jullien, è un concetto filosofico fondamentale legato a quello di scarto. Il tra è uno spazio di relazione attivo e fecondo che si apre quando si crea uno scarto, una differenza esplorativa, tra due entità invece di limitarsi a metterle a confronto. Jullien ci parla, dunque, di uno spazio che permette di dialogare non sul piano delle somiglianze ma attraverso la tensione generata dalle loro distanze (scarti). In definitiva il tra è uno spazio di potenziale e di relazione.
Aristotele procedendo di differenza in differenza giunge all’ultima per ottenere la definizione. Così si operano le classificazioni del sapere. Il mediatore deve, invece, preferire la prospettiva dello scarto che non crea una distinzione ma una distanza che mantiene l’Altro in vista. Vale a dire, lo scarto crea un intervallo che mette in tensione ciò che è separato, esso rompe la routine del pensiero.
Affrontare il conflitto in termini di scarto orienta le parti opposte l’una verso l’altra, le disinstalla dall’irrigidimento, le porta all’interno della loro relazione e a ripensare la loro divergenza. In questo modo la situazione può iniziare a muoversi e grazie al superamento delle proprie posizioni emerge un terreno comune di intesa.
Come definire in poche parole lo scarto? Jullien lo ritiene un dispositivo che rende possibile l’incontro reale e fecondo con l’Altro trasformando detto incontro da scontro frontale ad una esplorazione di nuove possibilità. Il nostro lo preferisce alla differenza, un concetto limitante che si colloca all’interno di una logica di classificazione e non fa altro che cristallizzare l’Altro invece di comprenderlo. Lo scarto è da preferire perché rende l’incontro un’esperienza trasformativa. Quindi il Mediatore crea un tra, agisce di sbieco, lavora sui dettagli come un agopuntore che applica l’ago su un punto minuscolo per curare l’intero organismo. Lo scarto rende il conflitto vivibile, permette di superare la logica del compromesso per trovare un com-possibile ossia un percorso inedito che apra ad una viabilità futura. Lo scarto è una rottura degli schemi, fare uno scarto è il gesto del Mediatore che può disarticolare le posizioni consolidate per rimettere in moto ciò che è bloccato.
Un altro passaggio importante del libro è la differenza tra coincidenza e de-coincidenza.
La prima è una sterilità dogmatica, è una forma di chiusura che impedisce l’apertura a nuove possibilità. La de-coincidenza è un processo che scrolla la persona da idee stereotipate e convenzioni.
Il Giudice agisce per coincidenza, il Mediatore deve agire per de-coincidenza. Perché una situazione non rimanga bloccata è necessario de-coincidere.
Un bell’esempio Jullien ce lo dà parlando della figura del Mediatore che entra in analogia con quella dello psicoanalista per la comune arte di operare, per l’arte della parola o della non-parola. Nel corso della cura lo psicoanalista è chiamato non tanto a tentare di convincere il paziente del suo smarrimento quanto a portarlo a de-coincidere dalla fissazione traumatica che lo fa soffrire ma alla quale rimane legato (ama la propria follia come se stesso, diceva Freud. Questa è una citazione di Jullien nella sua critica alla concezione occidentale di follia e di sé) e ciò per farlo de- coincidere, per sbloccare la propria vita e riaprirla al futuro. La situazione rimane bloccata perché ognuna delle parti dal proprio punto di vista ritiene di avere ragione. Finché le parti coincidono il processo di mediazione risulta bloccato. Solo mediante uno smottamento progressivo, discreto, processuale e fatto di piccoli spostamenti, può iniziare a profilarsi uno scarto rispetto alle posizioni irrigidite. Il mediatore fessura, per uno sbieco o per l’altro quella corazza sotto la quale ciascuna delle parti si protegge e si giustifica.
E giungiamo alla differenza tra compromesso e com-possibile.
Il compromesso è una soluzione di ripiego accettata in mancanza di meglio al solo scopo di evitare uno scontro troppo oneroso. Solo se sarà riuscito a sollecitare le parti a de-coincidere dalla propria posizione, allora il Mediatore potrà procedere. Dal momento in cui le parti iniziano a disaderire dalla propria convinzione il blocco comincia da solo a frantumarsi.
Riassumendo
Il mediatore invece di pianificare, parte nel modo più modesto, nel punto più vicino al terreno del potenziale di situazione che ha saputo rilevare, poi prova pazientemente gli sbiechi più favorevoli per fessurare ciò che si è sigillato e segue le trasformazioni silenziose che allora cominciano a innescarsi affinché esse facciano da sole il loro corso mantenendo le parti opposte in tensione e interazione. Invece di lasciare che si isolino nella propria differenza egli si appoggia sulla tensione dello scarto aperto tra loro per farle de-coincidere dall’irrigidimento in cui si sono pericolosamente installate. Rimettendo, così, in movimento la situazione la riapre a un futuro che tuttavia non pretende né di progettare né di calcolare, egli non mira a far sparire gli antagonismi ma aiuta a riconfigurarsi; in ciò si reinnescano lo slancio e la viabilità. La vita disincagliandosi dai suoi blocchi accede così non a ciò che sarebbe la noia di una felicità eterna, ma a qualcosa di in-audito cioè a quella capacità di udire ciò che non si sente e che si potrebbe sentire se si sapesse oltrepassare il quadro troppo chiuso del proprio intendimento.
Ciò che si percepisce dalla lettura del libro, credo che l’autore in linea con il suo pensiero ce lo trasmetta di sbieco, per usare un suo termine, è un approccio fenomenologico. Vale a dire, il Mediatore nell’atto del mediare deve essere libero dal proprio vissuto di esperienze che lo possono influenzare nel suo mediare e di conseguenza sarà lontano dalla visione di arbitro giudicante.
François Jullien, Sciogliere, Filosofia pratica della mediazione, ed. Vita e Pensiero, 2026
